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Avrei voluto vederle, l’altra mattina, dopo che avevano letto sui giornali di rugby e droga, le facce di quelli che si alzano alle sei per andare a piantare i pali e a tracciare il campo, che poi c’è la partita di un under qualcosa. O le facce delle donne che la sera prima sono andate a dormire solo dopo aver preparato chili di ragù, che poi c’è il terzo tempo. Le facce di quelli che hanno sempre creduto che, se il mondo fosse come il rugby, sarebbe un mondo migliore. Uomini e donne con lo stesso stato d’animo di chi ha steso al sole ad asciugare lenzuola candide e le ha viste schizzare di fango da chi ha confuso il significato di “bucato”. Ma i fatti si misurano sul campo. Sul campo giravo qualche domenica fa durante un Torneo di ragazzini, quando ho sentito dietro di me 120 chili e 50 anni che urlavano arrochiti verso un corpicino col caschetto, immobilizzato dal vocione e dalle parole: “Non voglio più sentirlo, più! Fila a giocare, fila a giocare!” E, al mio sguardo interrogativo, con voce gentile e gli occhi di chi vuol condividere lo sdegno di una aberrazione appena accaduta, dire: “ Accusava il compagno che la meta presa era per colpa sua”. Questa è la sostanza “ stupefacente” che circola sui nostri campi, nelle nostre Club House, nei nostri spogliatoi, nelle nostre vite. Certo, ci può scappare, in mezzo a migliaia di rugbisti nell’animo e nei comportamenti, qualcuno che per caso ha giocato a rugby senza capirlo, senza anteporre il cervello ai muscoli, scambiando la determinazione con la violenza, la meta con i traguardi facili. Polvere da scrollare, sempre convinti che se il mondo fosse ovale, sarebbe un gran bel mondo. In effetti, a pensarci bene, un pò schiacciato sui poli lo è già…
Carlo Castagnola
Novità: Le dichiarazioni delle Società di Rugby piacentine e delle autorità che hanno condotto le indagini
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