Storia

L’Associazione sportiva Bologna Rugby 1928 è una tra le più antiche squadre di rugby italiane. La fondò il 26 aprile 1928 Livio Luigi Tedeschi, prelevando lottatori dalla “Sempre Avanti” e atleti dalla “Virtus”. Il Resto del Carlino – il quotidiano di Bologna – nella cronaca sportiva del 26 aprile 1928 annunciò così l’evento:

Il Direttorio della Sezione “Rugby” della grande organizzazione “Bologna sportiva”, la scorsa settimana venne convocata a cura del m.o. Zanetti e del cap. Costa, i quali diedero le prime istruzioni in merito all’attività da svolgere. Il direttorio composto dai signori ten. Enrico Galeati, Livio Tedeschi e rag. Giuseppe Biondi, ha iniziato il suo compito organizzativo e numerose sono state le adesioni sinora pervenute e che si ricevono presso la Sede del gruppo rionale “Filippo Corridoni”, via del Borgo 94.59 dove ha sede temporanea la Sezione. Questa sera, giovedì 26 corrente alle ore 18,15 vi sarà una prima seduta di allenamento che si svolgerà sul campo dello Sterlino, alla quale sono invitati tutti coloro che intendono praticare o che comunque siano appassionati a tale ramo di sport”.

La cronaca di uno dei primi incontri ufficiali del Bologna Rugby, disputato a Roma il 14 ottobre del 1928, è disponibile sulla Wiki della Società sportiva Lazio.

Altre notizie storiche sulla Società sono sintetizzate su Wikipedia.

Un sunto della bellissima storia del rugby bolognese la scrisse nel 1981 l’indimenticato Giuseppe Tognetti, prestigiosa firma del rugby italiano.

 

Storia dai Ricordi di un pioniere

A metà settimana qualcuno mi disse che la domenica avrei giocato in prima squadra perché Consolo si era infortunato, da quel momento mi passò la voglia di dormire. Giocavo da un paio d’anni, però nelle riserve, nella squadra del GUF, ma in prima squadra del Bologna, ragazzi, che sogno! E che differenza: mi piazzarono in seconda linea e ad ogni mischia mi piegavo come un cetriolo: dietro mi spingeva Marescalchi contro le natiche di cemento di Giorgio Bortolini che giocava pilone. E’ esperienza terribile. Incontrammo la Roma, quella dei Vinci e dei De Angelis, non so molto ciò che accadde, ricordo le lunghe galoppate di Giulio Rizzoli e di Bibi Bassi, e so anche che vincemmo. La palla mi passò per le mani non più di due o tre volte, però avevo giocato in prima squadra, con la maglia rossoblu. E per miracolo avevo schivato certe “noci” da un quintale.

Era il 1933, la Bologna Sportiva contava cinque anni di vita, l’aveva fatto Livio Luigi Tedeschi prelevando lottatori prefabbricati dalla Sempre Avanti e atleti dalla Virtus, e si era comportata subito molto bene. Poca tecnica, molto vigore fisico e soprattutto molta disinvoltura. Dove non arrivava la classe subentravano alcune doppie ancate e qualche colpo segreto che facevano schizzare gli avversari come noccioli di ciliegia.

Il Bologna era squadraccia temuta, senza eccessive scorrettezze però, anche perché a quei tempi se si dava bisognava essere pronti a ricevere. Una buona scazzottatura finale con larga partecipazione del pubblico, dove il chiasso era certamente superiore al danno, non era conclusione infrequente.

Li ricordo con nostalgia quei tempi. Sgorgbati, Marescalchi, Trebbi, Sarti, Mazzocco, Benazzi, Zorzi, marpioni inimitabili, gente che portava la palla in meta con slancio, magari a volo d’angelo. Inarrestabili. Li guardavo con occhi spalancati scorrazzare per il campo e mi chiedevo se un giorno sarei diventato come loro. Come loro non divenni mai.

Un giorno arrivò Saby, autunno 1934. La situazione cambiò. Disse cose che nessuno sapeva e la faccenda divenne molto più seria, e a giocare il piacere fu grande. Il calcio al centro dell’ala, il tallonaggio dei piloni, il “redoubler”, un vangelo tutto da imparare. Per alcuni fu dottrina troppo astrusa e se ne andò. Magri, Possati, Consolo, io stesso, Patrignani, Calabi, Saguatti, Piccone, un po’ capimmo e un po’ intuimmo l’importanza del nuovo, lo traducemmo sul campo e il Bologna divenne squadra di gran gioco, da piani alti della classifica, e impartiva lezioni di valida tecnica. Saby si commuove anche adesso a ricordare quei tempi.

Alti e bassi, inevitabilmente, fino a quando gran parte di noi dovette piantare baracca e burattini per andare su altri campi, molto lontani da casa, ad esprimere l’audacia che avevamo imparato sui prati da rugby. E quei prati, quei monti, quei cieli, non erano contrassegnati dalle porte ad H, ma da molte, troppe croci, ad indicare un’area di meta dove nessuno sarebbe voluto arrivare.

La vita continua, fortunatamente, finito l’incubo, vita nuova, entusiasmi nuovi, volti nuovi, di giovani ai quali consegnare la fiaccola. Eraldo Sgorbati torna da Milano (dove nelle file dell’Amatori ha rifinito la sua tecnica e completato il curriculum internazionale) e si circonda di una nidiata di ragazzini svegli che sembrano nati per fare del rugby. Angelo Pederzini è il vessillo della vecchia guardia che galvanizza la nuova, Haensch e testoni portano avanti la loro impagabile opera di coordinatori ai margini del campo, mentre sull’erba scalpitano attorno a Sgorbati i vari Faraone, A.Parra, Grazia, P.Cavazza, Cremonini, Calzoni, Dagnini, Sgorbati, Medica, Matteucci, Dovesi, E.Tassinari, Aldovrandi, Beccari, C.Cavazza, gente che portò la nostra squadra a un soffio dal titolo nazionale in un disgraziato pomeriggio di giugno quando bastò un attimo di disattenzione perché lo scudetto tricolore, che già si era posato sulla torre di Maratona del Comunale bolognese, riprendesse il volo verso Torino. Era il 1947.

Dopo è storia che tutti ricordate. Storia vissuta, sofferta, maturata e consumata con alterna fortuna ma sempre interpretata con una fede che resiste al tempo e alle delusioni, e che sempre si rinnova non appena si riaffaccia la speranza di momenti migliori. Che i colori rossoblù non risplendano da tempo sui campi riservati ai migliori, è solo rimpianto ma non amarezza; non è umiliazione né colpa, ma soltanto la conseguenza di molteplici cause che spesso vanno subite senza possibilità di contrasto.

Nel rispetto delle sue dieci maglie azzurre (Eraldo ed Ermanno Sgorbati, Giorgio Bortolini, Fernando Trebbi, Arrigo Marescalchi – il vecchio capitano – Gigione Brighetti, Angelo Becca, Giorgio Dagnini, Sandro Brunelli, Gastone Giani), nel ricordo dei suoi amici che non sono più e che nessuno dimentica, con la tenacia di coloro che in rossoblu arrivarono a giocare 500 partite, ma soprattutto l’entusiasmo di sempre profuso a piene mani da dirigenti tecnici e giocatori, e con l’amore per quei nostri colori che non sbiadiscono mai, il vecchio caro intramontabile Bologna, nostro e dei nostri figli, percorrerà ancora serenamente il suo cammino nella buona e nella cattiva sorte, affronterà con fermezza i momenti difficili e quelli lieti, consapevole non solo di avere un nome e un prestigio da difendere nel campo sportivo, ma di svolgere altresì un’opera di inestimabile importanza sociale in un momento in cui tutti siamo minacciati da una mareggiata selvaggia che nessun valore umano è in grado di fermare. Solo noi, noi sportivi, noi cresciuti nelle file di questo sano Bologna, legati da un’amicizia che ha radici lontane e che si protende nel più ampio futuro, possiamo difendere noi stessi e contribuire a difendere i nostri simili con l’amore, la fede, il rispetto reciproco e l’autocontrollo che in lunghi anni di milizia abbiamo appreso e rafforzato nella dura salita dello Sterlino e nella polverosa carraia dell’Antistadio.

Giuseppe Tognetti, novembre 1981