Marino Bartoletti: che gioia vedere mio nipote Filippo

Il futuro del rugby a Bologna avrà come protagonisti i giovani, a partire dai bambini del minirugby. Dei 600 atleti tesserati di Reno e Bologna 1928, i due terzi sono giovanissimi in età scolare, che vedono il rugby per quello che è: un gioco, un modo per stare insieme, per divertirsi e crescere rispettando compagni e avversari.

Marino Bartoletti, tra i più grandi giornalisti sportivi italiani, romagnolo ma bolognese d’adozione, nel 2016 ha accompagnato per la prima volta il nipotino Filippo sui campi da rugby del Bologna. 

Ho sempre nutrito una profonda passione verso il rugby non solo come -nobilissima- disciplina sportiva, quanto come autentica e rara palestra di vita e di valori. E mi è bastato “sfiorarlo”, pur non essendomene mai occupato professionalmente con continuità, per ricavarne esattamente l’impressione che avevo sempre coltivato. A metà degli anni ’70, quando lavoravo al “Giorno” con Gianni Brera, più d’una volta venni inviato a commentare la Nazionale di Roy Bish: da una celebre “mezza vittoria” all’Arena di Milano contro l’Australia (che ci sconfisse solo di un punto), a un’ improbabile amichevole contro il Giappone all’Appiani di Padova. I miei “Virgili” erano Pierluigi Fadda, firma di rugby per la Gazzetta (con cui dividevo goliardicamente la mia prima casa milanese) e Renato Ferrari, boss del Cus Milano e di tante altre cose (“Zebre” comprese se non ricordo male): i due trovarono anche il tempo a realizzare un libro sulle cravatte del rubgy diventato un cult. Frequentai, fra i tanti, Marco Bollesan e Ambrogio Bona – entrambi capitani della Nazionale – apprendendo da loro le gioie dei “terzi tempi” anche… senza partite. Mi rimase e mi è rimasta sempre un’idea di pulizia e di lealtà che a volte è stato davvero ingrato dover confrontare con le “abitudini” di altri sport

Quando, qualche anno fa, il mio nipotino Filippo comunicò che gli sarebbe piaciuto frequentare il mondo del minirugby ne fui autenticamente felice e toccai con mano – nell’ambito del Bologna 1928 – cosa vuol dire crescere a maturare in un ambiente in cui la parola lealtà è la Stella Cometa di ogni iniziativa. Non c’è nulla di meglio che far capire ai nostri ragazzi che cosa significhi giocare insieme, soffrire insieme e anche perdere insieme. L’ho detto e lo ripeto: vorrei che il mondo avesse la forma di una palla ovale.